| Al culmine della disperazione.
Ho scritto questo libro nel 1933, all'età di ventidue anni, in una città che amavo, Sibiu, in Transilvania. Avevo finito gli studi, e per ingannare i miei genitori, ma anche per ingannare me stesso, feci finta di lavorare a una tesi. Devo confessare che il gergo filosofico lusingava la mia vanità, e mi rendeva sprezzante verso chiunque usasse un linguaggio normale. A tutto questo pose termine uno sconvolgimento interiore che finì col rovinare tutti i miei progetti. Il fenomeno capitale, il disastro per eccellenza è la veglia ininterrotta, questo nulla senza tregua. Per ore e ore passeggiavo di notte nelle strade deserte, o talvolta in quelle dove bazzicavano prostitute solitarie, compagne ideali nei momenti di supremo smarrimento. L'insonnia è una vertiginosa lucidità che riuscirebbe a trasformare il Paradiso stesso in un luogo di tortura. Qualsiasi cosa è preferibile a questo allerta permanente, a questa criminale assenza di oblio. È durante quelle notti infernali che ho capito la futilità della filosofia. Le ore di veglia sono, in sostanza, un'interminabile ripulsa del pensiero attraverso il pensiero, è la coscienza esasperata da se stessa, una dichiarazione di guerra, un infernale ultimatum della mente a se medesima. Camminare vi impedisce di lambiccarvi con interrogativi senza risposta, mentre a letto si rimugina l'insolubile fino alla vertigine. Ecco in quale condizione di spirito ho concepito questo libro, che è stato per me una specie di liberazione, un'esplosione salutare. Se non lo avessi scritto, certamente avrei messo fine alle mie notti. * Prefazione di "Al culmine della disperazione" scritta dallo stesso Cioran.
Il funesto Demiurgo.
Davanti a un insetto, grosso come un punto, che correva sul mio tavolo, la prima reazione fu caritatevole: schiacciarlo; poi deliberai d'abbandonarlo al suo smarrimento. Perché liberarlo? Però, mi sarebbe tanto piaciuto sapere dove andava!
Sillogismi dell'amarezza.
"Sono come una marionetta rotta, con gli occhi caduti al di dentro". Questa frase di un malato mentale conta più dell'insieme delle opere di introspezione.
Squartamento.
In un settimanale inglese, un attacco contro Marco Aurelio, che l'autore accusa d'ipocrisia, di filisteismo e di affettazione. Furente, mi apprestavo a rispondere quando, pensando all'imperatore, mi sono in fretta ripreso. Era giusto che non mi indignassi in nome di chi mi ha insegnato a non indignarmi mai.
Un poeta spagnolo mi invia un biglietto augurale che raffigura un ratto, simbolo, scrive, di tutto quello che possiamo "sperare" dall'anno. Da tutti gli anni, avrebbe potuto aggiungere. |